Arleta e la tenerezza

Qualche sera fa ho visto il film “La Tenerezza” di Gianni Amelio. (no, non c’entra il CoronaVirus, l’ho visto prima dell’isolamento forzato)

Molto bello, ma la storia è tremenda. È stato come prenere un pugno nello stomaco. Ad attenuare un po’ l’urto – o forse invece a rendere ancora più dolorosa la visione del film – questa canzone della cantautrice greca Arleta, scomparsa proprio lo stesso anno in cui è uscito il film.

Una volta mi ricordo. Mia fora thymamai (Μια φορά θυμάμαι)

Siccome mi piace cercare di capire cosa raccontano le canzoni, sono andato anche a cercarmi una traduzione dal greco.

Traduzione

(Fonte della traduzione)

Notte di pioggia, la mano vuota
ti cerca, ma non sa
dove trovarti.

Una volta mi ricordo che mi amavi, adesso c’è la pioggia.
Una volta mi ricordo che mi parlavi, adesso c’è il silenzio.

La voce si è impietrita, come può piangere?
Con la tua partenza si sono infiammati
mille dolori.

Una volta mi ricordo che mi amavi, adesso c’è la pioggia
Una volta mi ricordo che mi parlavi, adesso c’è il silenzio.

Verrà la mattina e passerà,
avrà pietà di me e mi dimenticherà,
come hai fatto tu.

Una volta mi ricordo che mi amavi, adesso c’è la pioggia
Una volta mi ricordo che mi parlavi, adesso c’è il silenzio.

Ho lasciato scorrere youtube e ho ascoltato anche quest’altra canzone. Molto struggente.

Nelle sere tranquille. Ta ísikha vrádia (Τα ήσυχα βράδια) 

Traduzione

Anche se partirai
per fare il giro del mondo
sarai sempre mio,
saremo sempre insieme.

E non mi mancherai,
perché la mia anima sarà
la canzone del deserto
che ti seguirà.

Nelle sere tranquile
Atene sarà illuminata
come una grande nave
in cui ci sarai anche tu.

E non ti mancherò
perché la mia anima sarà
la canzone del deserto
che ti seguirà.

Nelle sere tranquille
passerà illuminato
il treno della mia vita
in cui ci sarai anche tu.

E non ti mancherò,
perché la mia anima sarà
la canzone del deserto
che ti seguirà.

D’accordo, sono un po’ “sdolcinate”. Ma a me è piaciuta molto la dimensione “corale” di queste canzoni. In diversi video (specialmente della seconda canzone) ad un certo punto il pubblico in sala, o nella piazza, comincia a cantare con grande partecipazione. È molto emozionante. Specialmente quando il canto è spontaneo e non guidato da un cantante microfonato, penso agli stadi di rugby gallesi o scozzesi, per esempio.

Forse è solo una mia impressione, ma a me pare che noi italiani sebbene siamo noti per essere un popolo di cantanti, abbiamo un po’ perso questa dimensione collettiva della musica. Non è una pratica del tutto assente, ma forse è stata sostituita dai karaoke o dai talent, nei quali il protagonista è ben separato dalle altre persone presenti che devono limitarsi ad assistere.

Eppure sotto sotto c’è ancora questa voglia popolare di cantare insieme e infatti, in questi giorni di Coronavirus, tra i vari flashmob proposti, diversi era basati proprio sul cantare o fare musica insieme dai balconi.

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