La raccolta differenziata questa sconosciuta

Questa mattina, dopo aver fatto colazione con i miei soliti biscotti, butto l’incarto nella raccolta dell’indifferenziata.

Mia moglie mi guarda torvissima e mi dice

– Ehi, bello! Guarda che quella roba va nella carta.

– Nella carta ‘sta borsa – rispondo – credi che non ci abbia guardato? Ci sto attento io a ‘ste robe.

– E allora, perché la butti nell’indifferenziata?

– Perchè VA nell’indifferenziata. C’è scritto. Cristo!

– Ma figurati, ho appena controllato anch’io e va nella carta

Per mettere fine a questa inutile discussione, rovisto un po’ nel pattume, recupero l’incarto e le faccio vedere le istruzioni.

– Ah, ah – dico gongolando – vedi che ho ragione? C’è scritto: Materiale Misto C/PAP 81, Raccolta Indifferenziata. (Tiè. Nella mia testa faccio pure un gesto volgare)

– Eppure – mi dice lei – sono sicura che anche i craker che ho mangiato io hanno un’incarto simile, ma che va buttato nella carta

– Ti sembrerà a te simile, ma sarà una cosa completamente diversa! Ma porc… neanche di fronte all’evidenza.

– Ma vacci a guardare invece di fare tanto il signor so tutto io

Allora rovisto nell’altro contenitore, quello della carta, e trovo il rifiuto riciclato da mia moglie

Questa volta è lei a gongolare

– Vedi? Incarto C/PAP81. Raccolta carta. Avevo ragione io!

E quindi abbiamo ragione tutti e due e la cosa non ci piace, non va per niente bene. Queste discussioni devono finire con un vincitore. C’è qualcuno che ci può risolvere il mistero dell’incarto C/PAP81? Va nella carta o nell’indifferenziata?

 

La regola dell’uno per tre

Siamo in Gennaio, mese di buoni propositi, siamo ancora in tempo no?

Ne ho appena letto uno che mi sembra  particolarmente utile da diffondere in questi tempi di social networking estremo, ma da applicare alla vita reale facendolo rientrare nelle buone abitudini,  quelle che dovremmo interiorizzare e mettere in pratica ogni giorno.

Quindi, anche se non è mio, eccolo qui.

Per ogni pensiero indignato bisogna farne tre costruttivi. Per ogni lamento, tre proposte. Per ogni critica, tre idee di futuro. È fondamentale darsi il permesso di condividere o scrivere un post critico a patto di compiere poi tre gesti propositivi.

Leggo sempre più spesso liste di motivi per cui vale la pena indignarsi, infinite ricapitolazioni degli errori (reali, sia chiaro) degli altri, e mi sembrano sempre più delle preghiere laiche con cui gli indignati, i soggiogati, gli oppressi chiedono al Potere di tenerli ben saldi nella propria indignazione: in fondo una critica ben assestata a un ministro porta montagne di like, un “non l’avrei mai detto ma si stava meglio quando c’era il Nano” genera infinite condivisioni e pacche sulle spalle, e con la stupidità e la cattiveria al potere sprecare il proprio potenziale da parte di chi si considera buono e intelligente può portare un discreto successo personale senza troppo impegno, a scapito però di un’azione politica collettiva che cambi davvero qualcosa.

Quindi, la prossima volta in cui ti troverai davanti una lista di quindici punti per cui vale la pena indignarsi per le malefatte di qualcuno, usala come strumento per immaginare quarantacinque desideri su un futuro migliore.
A quel punto non avrai più tanta voglia di parlare dei quindici punti di prima, perché i tuoi quarantacinque ti sembreranno decisamente più urgenti. E lo saranno davvero.

Andrea Colamedici


Andrea Colamedici e Maura Gancitano formano una coppia di filosofi piuttosto in gamba, e sono tra i fondatori di Tlön (scuola di filosofia, casa editrice, libreria teatro) .  Mi piacciono molto, mettono a disposizione un sacco di riflessioni, concetti, video, lezioni. Una valanga di spunti interessanti, anche se –  per fortuna – non condivido tutto quello che raccontano.

link al post originale su facebook

Fabrizio De Andrè ci ha lasciato 20 anni fa

Volevo ricordare Fabrizio de Andrè morto vent’anni fa, quando avevo da poco compiuto 36 anni e mi trovavo nel periodo più intenso della mia vita.   Mi sembra quasi “doveroso” scrivere qualcosa perché la musica di De Andrè mi ha accompagnato dall’infanzia e non ha cessato di accompagnarmi dopo quell’11 gennaio del 1999.  Se prima aspettavo da lui qualcosa di nuovo poi ho riascoltato centinaia e centinaia di volte le sue canzoni, da solo, con gli amici, con la famiglia. Le canzoni di De André, le sue parole, ed è la magia di questi capolavori, si adattano a chi le ascolta, al momento che sta vivendo,  a volte ricordando un momento passato altre volte raccontando qualcosa di nuovo.

Allora ho scritto qualcosa, ma rileggendolo mi è sembrato tanto banale e scritto male che ho pensato che sarebbe stato meglio se me lo fossi tenuto per me.

Perciò mi limito a ricordare qualche canzone che in questo momento mi sembra particolamente bella, pure sapendo che che quando riproverò a fare un elenco simile in futuro Fabrizio mi saprà suggerire qualcosa che non avevo sentito,  mi regalerà brividi e emozioni che non avevo avvertito, e le canzoni saranno altre, e in questo sta la sua grandezza.

 

La canzone dell’amore perduto

Mi è sempre piaciuta un sacco.  Sono stonatissimo e questa è quella che mi dispiace di più quando, provando a cantarla, la violento.

 

Via del campo.

Questa forse è la prima che ho sentito. Ero a casa della zia e avrò avuto una decina d’anni.

Ave Maria

Sembra strano che io, ateo, metta nella mia hit una canzone che si intitola come una preghiera… ma è così bella.

Il testamento di Tito

Una canzone che la dice lunga sull’ipocrisia di molti esseri umani

 

Prinçesa

Perché fino all’ultimo non ha mai smesso di interessarsi agli ultimi della terra.

 

P.S. Ho scelto una foto di copertina mentre De Andrè fuma perché ricordo la rabbia che ho provato quando è morto per un tumore ai polmoni.  Ho pensato, ma come hai fatto a non capire che fumando avresti aumentato a dismisura la possibiltà di creapare di cancro, perché hai voluto privare il mondo del tuo immenso talento? Forse è un sentimento un po’ egoistico, in fondo ognuno deve avere diritto di crepare come gli pare, ma niente da fare una rabbia che provo sempre quando vedo persone di talento o a me care che si infilano in bocca quelle maledette sigarette. GRRRR!

Usare meno i social e di più il nostro sito: un buon proposito per il 2019.

Quando pubblichiamo qualcosa su Facebook (ma vale anche per gli altri social network) sappiamo tutti  che lo stiamo “regalando” alla società proprietaria del network.  Quello che era nostro smette immediatamente di esserlo, decade rapidamente, recuperarlo diventa difficile, a volte perfino scompare.  Lo sappiamo, ma facciamo finta di non ricordarcelo perché siamo pigri e ci fa comodo: pubblicare nei social è molto, molto più facile ed immediato che pubblicare in un sito anche se semplice come un blog…

E fin qui passi, ma la società di Zuckerberg non soltanto mette le mani sui nostri contenuti,  ma possiede e controlla la nostra rete sociale, o per meglio dire, la versione “virtuale” della nostra rete sociale e tutte le interazioni che da questa si creano.

Facebook sa chi sono i nostri amicisa quanto sono attivi, e sa come reagiscono ai nostri post e commenti,  se hanno apprezzato o no quello che abbiamo scritto. Sa tutto di noi e dei nostri amici: chi frequentiamo, per quanto tempo, con chi chattiamo. Sapendo tutto questo un social come Facebook può facilmente “guidarci” nelle relazioni con i membri della nostra rete sociale. Lo fa già decidendo cosa dobbiamo vedere e cosa no navigando fin dal momento in cui apriamo la home di Facebook.

Ma Facebook può anche arrivare a decidere di farci scomparire totalmente per i motivi più stampalati.  A volte su segnalazione di qualcuno, altre volte su base algoritmica. Di solito non ci si pensa. Forse solo se siamo stati bloccati da Facebook abbiamo avuto modo di percepire concretamente il fatto che la rete sociale su Facebook in realtà non è nostra, non ci appartiene. Non abbiamo nessun controllo su di essa e se Facebook decide smettiamo pure di farne parte, quasi una galera o anche una morte virtuale.

Perciò, per il 2019, ho deciso di mettere in pratica anche per me stesso il consiglio che dò sempre ai miei clienti, quello di non usare Facebook e gli altri social il meno possibile come strumento pubblicazione e di sfruttare la sua potenza solo per amplificare il mio contenuto, sempre che mi interessi amplificarlo. Questo contenuto, per essere reamente mio,  deve risiedere su qualcosa di mia proprietà, qualcosa di cui si abbia il pieno controllo: il mio sito. Sarà comunque disponibile a tutti, ma sarà ridotto il potere di società commerciali esterne di decidere cosa far vedere o no e per quanto tempo.

È perciò importante cominciare a dedicare più tempo per rafforzare online quello che possiamo controllare, quello che è “nostro”: il nostro sito. Se non ce l’abbiamo, creiamolo. Non limitiamoci ad esistere  soltanto nei social network. I social network cercano di sfruttare noi? E noi rispondiamo cercando di sfruttarli senza appoggiarci troppo ad essi: creiamo e partecipiaamo conversazioni, usiamoli come cassa di risonanza o per seguire (in parte) il flusso di informazioni. Ma i contenuti che più ci interessano cerchiamo di collocarli su servizi che possiamo controllare il più possibile.

Lo so, non è un granché. È un piccolo passo, un granello di liberazione, ma – anche se i social network cercano di intrappolarci nelle loro grinfie – dobbiamo farlo.

Prima o poi, ne sono certo, arriverà un nuovo paradigma in grado di rivoluzionare Internet ancora una volta, come a suo tempo è avvenuto con l’arrivo del web.  Non esisteranno solo i gestori di domini e di posta elettronica, non ci saranno soltanto i provider di connettività (possibilmente neutri) e i servizi di hosting di pagine e siti, ma nasceranno anche fornitori neutri che daranno a tutti servizi come la gestione dell’identità, della riservatezza e anche il servizio di “hosting della rete sociale“.

Nell’attesa, un buon proposito per il 2019 sarà quello di pubblicare i propri contenuti collocandoli per quanto possibile sulle pagine web del proprio sito.