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Lockdown programmati e temporizzati per contenere il virus

Faccio una premessa: non sono un epidemiologo e neppure un medico e quindi potrebbe esserci qualche carenza spaventosa nei miei ragionamenti e in questa mia proposta. Ma è quasi un mese che rifletto su questa idea, mi sono anche confrontato con qualcuno, e non riesco a trovare gravi punti deboli. Perciò mi sono deciso ad esporla.

A cosa serve il lockdown

Da quel che ne sappiamo se qualcuno è stato contagiato dal virus, o manifesta i sintomi entro una settimana (“incubazioni” di più di due settimane se esistono sono rarissime) oppure non li manifesta più. Perciò dopo due settimane, una persona contagiata o ha sviluppato i sintomi oppure non li sviluppa, ma in entrambi i casi dopo al massimo due settimane non ha più né virus in quantità da infettare nè sintomi. 

Quindi, con un lockdown di 15 giorni, in teoria, si “ferma” il virus: chi si è ammalato viene avviato su un percorso di cura e isolamento individuale che lo separa dai suscettibili; chi non si è ammalato, ma ha inconsapevolmente il virus addosso, non va in giro a spargerlo e dopo 15 giorni se n’è liberato.

Certo questo solo in teoria, perché il lockdown non è mai totale, un certo numero di attività essenziali continuano. E quindi, per errori, superficialità ecc. ecc. una certa circolazione del virus c’è lo stesso e perciò un lockdown di due settimane potrebbe non essere sufficiente a far sparire l’epidemia – altrimenti in marzo e aprile con il lockdown della prima ondata avremmo risolto il problema – ma darebbe credo che si assesterebbe comunque un bel colpo alla diffusione dell’epidemia.

Il lockdown e l’incertezza

Il lockdown è un provvedimento visto malissimo, per l’economia, per la scuola, per le aziende, per la salute mentale e fisica delle persone. Ma credo che sia ragionevole immaginare che buona parte dei disagi da lockdown e dell’ostilità al lockdown siano causati dall’incertezza associata a questa misura.

Non si sa quando inizia, non si sa quanto dura, non si sa chi sta aperto e chi sta chiuso. Insomma i lockdown fatti in situazioni di emergenza generano ansia, sono molto logoranti e impattanti sulla società.

Gli aiuti del stato sono onerosi. L’impatto anche sui conti pubblici è devastante. Spesso gli aiuti sono assegnati con critieri incomprensibili e arrivano in ritardo. Se la gente è con l’acqua alla gola basta poco per arrivare alla disperazione. E se non si sa neppure quando finirà il lockdown la disperazione diventa insopportabile.

Lockdown programmati

Invece credo che se un lockdown fosse programmato con un largo anticipo, dando a tutti modi di conoscere con certezza il giorno di inizio e di fine, non causerebbe tutti questi problemi. 

Le persone si organizzerebbero per la lunga permanenza in casa facendo un po’ di scorte. Si preparerebbero per fare quei lavori domestici che non si trova ma il tempo di fare nella routine quotidiana.

Le aziende, sapendo in anticipo che della chiusura, potrebbero produrre un po’ di più nei giorni precedenti per ultimare le commesse, facendo anche degli straordinari. I venditori potrebbero dedicare il tempo a scrivere preventivi e offerte. I manager potrebbero ripensare alle strategia e all’organizzazione. La comunicazione dedicherebbe quei giorni per ideare nuove campagne o per aggiornare il sito ecc. ecc.

La scuola potrebbe fare un paio di settimane di didattica a distanza e così via. Sapendo in anticipo che c’è un lockdown tutti si poterebbero organizzare ed lo stress sarebbe decisamente inferiore.

Si pulisce perfino l’aria che altro in misura superiore a qualsiasi blocco del traffico. Non dico che addirittura si potrebbe arrivare a trovarlo piacevole, ma sicuramente le ripercussioni su PIL e umore delle persone sarebbero molto modeste.

Calendarizzare il lockdown

Perché non immaginare allora di programmare 15 giorni di lockdown da fare ogni due mesi e mezzo, tre mesi? Ogni due mesi e mezzo senza dare troppa importanza ai casi rilevati o ad altri indicatori si fanno due settimane di lockdown rigoroso. In quel periodo il virus riporterebbe il tasso di diffusione a valori modesti e si interverrebe quando la curva dei contagi non ha ancora iniziato la salita esponenziale vertiginosa

Magari più ravvicinati in inverno quando le infezioni si propagano più rapidamente e più lontani d’estate, quando le infezioni rallentano. Insomma pianificare con largo anticipo dei lockdown preventivi programmati, da fare in modo quasi indipendente dai numeri.

Tra un lockdown e l’altro si dovrebbero continuare a rispettare le norme che conosciamo: mascherina, distanziamento, lavaggio delle mani, ma si potrebbe riprendere la vita sociale. Un po’ come abbiamo fatto quest’estate. Continuerebbe il contact tracing che col tempo potrebbe essere organizzato meglio, avere più risorse e sarebbe sempre più efficace. Si appronterebbero in tutte la ASL piani da attuare rapidamente in caso di ripresa dei contagi. Si farebbe tutto il possibile per limitare l’impatto di questa pandemia ma con ripercussioni inferiori.

Sarebbe sopportabile, no? Magari per un paio d’anni, e intanto si guadagna tempo per trovare cure efficaci e vaccini ben testati. 

Non sono in grado di calcolare di l’efficacia e l’impatto di un simile provvedimento – questo credo sia il mestiere degli epidemiologi – ma non mi sembra una cosa totalmente priva di senso. 

E adesso vai con le critiche


Aggiornamento

4 novembre 2020 verso sera

  1. Un medico amico (su Facebook) mi ha spiegato che quella che ho esposto è simile alla strategia di contenimento israeliana.
  2. Volendo vedere come si posizionava l’articolo facendo una ricerca su Google sono incappato in questo pezzo pubblicato su Internazionale il 26 ottobre che vi consiglio di leggere, visto che spiega questa strategia in modo migliore di come l’ho raccontata io.